FAME EMOTIVA: è davvero insaziabile?

Consigli

La scorsa settimana ho preso parte come relatrice ad una conferenza che trattava un tema molto sentito, sia da parte mia che da parte di diverse persone che seguo nel percorso alimentare: la fame emotiva, più comunemente detta “fame nervosa”. Accanto a me, uno psicologo e una psicoterapeuta, in quanto questo delicato aspetto interessa non solo la sfera nutrizionale, ma sicuramente aggancia l’aspetto emozionale e va trattato con un approccio integrato.

Mangiamo sempre perché il nostro corpo ne ha davvero bisogno?

Tantissime domande di questo genere affiorano intorno all’argomento, soprattutto da chi si rende conto che a volte ricerca cibo in momenti della giornata particolari, in periodi di forte tensione o stress, o magari quando è particolarmente rilassato, per colmare un apparente “far nulla” o una momentanea “noia” dalla sua quotidiana frenesia.

Sto forse dicendo che il tuo corpo resisterebbe anche senza il cioccolatino mangiato alle 10 di sera prima di dormire?

Assolutamente si…

Proprio perché per assecondare questa “finta fame” si ricercano alimenti che non sono assolutamente salutari: la fame emotiva non si placa con cibi sani e nutrienti, arriva improvvisamente e ci porta a mangiare anche se siamo sazi, fino al momento in cui compare una sgradevole sensazione che ci fa pensare: ”Ecco, ci son caduto di nuovo, ho mangiato anche se sapevo che non serviva”.

Solitamente la fame emotiva ci lega a cibi dolci, ricchi di sostanze raffinate che stimolano la produzione di serotonina, un neurotrasmettitore prodotto dal sistema nervoso centrale, ma anche dall’apparato digerente, che ci provoca una sensazione di benessere “temporaneo”, un’idea di rilassamento e pace che ci fa pensare di aver fatto la cosa giusta.

Ma gli zuccheri contenuti nel nostro pasto fugace, consumato senza vero appetito, scendono rapidamente e, provocando un veloce calo di glicemia, ci inducono nuovamente ad avere bisogno di cercare cibo, a sentirci vuoti quando non lo siamo, privi di energia e di malumore.

I cibi industriali sono i principali imputati in questo circolo vizioso in quanto studiati per renderci “schiavi” dei loro sapori: consistenze particolari, croccantezze legate a morbidi e cremosi ripieni, salature superficiali che stimolano molto la salivazione e offuscano le papille gustative, facendoci perdere la percezione reale dei gusti.

La fame emotiva nasce da molto lontano: probabilmente da mancanze di legami remoti, che portiamo inconsciamente con noi dal momento dei primi momenti di attaccamento al seno materno.

Fame di legami forti, di amore, di ascolto.

Fame di condivisione e di attenzione.

Vuoti lontani, che a noi non sembra di provare. Che in momenti particolarmente tesi, pieni di pensieri o dubbi, riemergono. E non saperli riconoscere può portare a questa ricerca di riempimento.

Cibo dolce, non sano. Buono, questo di certo! Ma povero nutrizionalmente, molto ricco di zuccheri che ci danno immediatamente una sensazione di benessere, una “luna di miele” che rapidamente decade e lascia spazio solo al senso di colpa e alla cattiva stima di noi stessi.

Prima che questo diventi un problema maggiore, invito tutti a fare un esame dei momenti in cui ci si rende conto che mangiare non è un’esigenza reale e biologica, legata ad un bisogno fisico; a quei momenti in cui dopo i pasti principali appena terminati, si pensa subito a cosa introdurre ulteriormente, magari sotto forma di dolci o cioccolato, in quantità non controllate; a quelle sere in cui prima di dormire si apre il frigo e si mangia troppo gelato, magari perché siamo soli in casa e non abbiamo voglia di andare a dormire…

Ascoltiamoci. Un momento di respiro, solo per noi.

Per capire come gestiamo questo delicato aspetto della nostra alimentazione.

Perché si può trovare un equilibrio, senza drasticamente cambiare abitudini, senza dover solo rinunciare, ma imparando a capire cosa realmente serve al nostro corpo e cosa per lui è davvero un bene.